Ai miei tempi esisteva il diario. Esiste ancora? Parlo di quello cartaceo con tanto di lucchettino. Io non l’ho mai usato, neanche da ragazzina. Non ho mai voluto lasciare tracce concrete di me stessa, solo qualche parola che mi può essere scappata con l’amica del cuore, l’unica persona con cui mi potevo confidare. Passano gli anni, l’amica del cuore svanisce nel nulla ed io continuo a tenermi dentro tutto, sono vulnerabile, nessuno deve sapere come sono veramente, nessuno deve avere in mano uno strumento in più per potermi ferire. Passano gli anni, mi sposo. Passano gli anni, ho un figlio. Passano gli anni … Continuo a tenermi dentro tutto. Esiste ancora il diario cartaceo con il lucchettino? Forse è arrivato il momento di scrivere …
Un brutto periodo. Quando si parla della crisi spesso si fanno considerazioni generiche. Il mal governo, i parlamentari che hanno rubato, i prezzi che aumentano, i sevizi pubblici sempre più cari, i disservizi (ma a quelli ci siamo abituati). L’articolo 18, che sembra essere lo spartiacque tra il bene ed il male.
Per me personalmente l’articolo 18 è solo una questione di principio. Gli strumenti per licenziare ci sono comunque, alla faccia dell’articolo 18.
Troppi colleghi hanno perso il lavoro nell’arco di un anno e tanti altri li raggiungeranno. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, sperando solo che il tronco dell’albero sopravviva all’inverno e che per qualcuno possa esserci un’altra primavera. Quando la crisi significa vedere amici o comunque persone a te vicine ridotte alla disperazione, la rabbia sale e non sai neanche più chi incolpare. Dobbiamo rimboccarci le maniche? Lo faremo, come del resto l’abbiamo sempre fatto. È un brutto periodo.
Caro collega. Ti vergogni perchè hai solo il diploma di terza media. Avresti voluto continuare a studiare, eri intelligente, avevi le capacità, ma Cagliari era irraggiungibile. Non c’erano mezzi di collegamento con la Città che ti consentissero di frequentare le superiori senza star fuori casa più di dodici ore e del resto tuo padre riteneva più importante che tu andassi in montagna a fare legna. “Cosa studi a fare? Impara un lavoro e porta soldi a casa”. A 14 anni facevi il manovale aspirando di diventare Muratore.
Sei scappato, a Milano hai trovato impiego come fattorino, anzi Fattorino con la effe maiuscola. Le tue capacità e la tua intelligenza compensano abbondantemente la tua mancanza di istruzione.
Con orgoglio mi hai raccontato di una tua nipote che ha avuto la possibilità di studiare e laurearsi in Medicina a Milano specializzandosi nella ricerca sulle cellule staminali e che a breve avrà una seconda laurea.
Il tuo orgoglio però è ferito, tutti i tuoi sforzi per garantire una vita migliore ai tuoi figli vanificata. Tu che avresti fatto qualunque cosa pur di proseguire gli studi ti trovi costretto a lottare quotidianamente con tuo figlio sedicenne che di studiare non ne ha la minima intenzione, che pensa solo a divertirsi con gli amici e a battere cassa (i divertimenti costano).
Da mesi non frequenta più la scuola e ne ha già cambiate tre in due anni. Ogni volta libri di testo nuovi …
A settembre dovrà iniziare a lavorare. Per forza. Non ci sono alternative.
Che lavoro potrà trovare? Forse manovale, per aspirare a diventare muratore.
Chi ha il pane non ha i denti.
Caro F. ci conosciamo da più di vent’anni e abbiamo sempre parlato di tutto, soprattutto dei figli. Era però più facile parlarne quando gli argomenti erano pappe e pannolini.
I giovani vivono nell’incertezza del domani, non c’è titolo di studio che possa garantire il loro futuro. Dalla loro c’è comunque l’età, la cultura e soprattutto l’elasticità mentale. I cinquantenni vivono nell’incertezza del domani. Dalla loro c’è l’esperienza e … basta. Cercare di reinventarsi per garantire un futuro ai figli che vivono nell’incertezza del domani. Sono andata in loop.
Niente è più effimero della felicità. Giusto il tempo di assaporarla e subito scompare. Siamo dei bambini che seguono con lo sguardo una bolla di sapone pur sapendo che dopo pochi secondi svanirà. E come tutti i bimbi soffiamo ancora nella cannuccia sperando che la bolla successiva possa essere la più bella, la più grande, la più duratura
Da giovane ero alla disperata ricerca della felicità. Adesso mi accontenterei di qualche minuto di serenità
“Mamma, come si scrive cuore? Con la “c” o con la “q”?
Sono passati eoni da questa fatidica domanda a cui ho potuto risponderti con facilità, come del resto ho saputo rispondere alla maggior parte dei quesiti che mi hai posto.
Adesso non mi chiedi più niente, hai 17 anni, sei autonomo e ritieni di sapere tutto della vita.
Vorrei che tu mi chiedessi ancora, vorrei poterti dire che ci siamo passati tutti, che le prime pene d’amore fanno molto male, che poi passerà tutto anche se adesso ti sembra impossibile.
Se tu oggi mi chiedessi come si scrive “cuore” ti risponderei di scriverlo come vuoi, anche con la “q”, purché non ti faccia più male.
Spesso siamo prevenuti, io per prima, nei confronti di chi sta dall’altra parte dello sportello o del telefono. Ci sentiamo schiacciati dalla burocrazia, da regole applicate alla lettera senza nessuno spazio per i casi particolari e per quell’interregno in cui spesso ci troviamo. Sospesi per l’eternità nel limbo in cui l’assenza di una normativa specifica ci fa percorrere chilometri virtuali lungo le linee telefoniche o chilometri reali da un ufficio all’altro.
Poi un giorno trovi dall’altra parte una persona in carne ed ossa, una persona competente che vuole verificare, approfondire e risolvere il tuo problema, una persona vera. Così ti ricredi.
Dall’altra parte ci sono persone come noi, più o meno competenti come noi, più o meno disponibili come noi, spesso con un misero stipendio come noi.
Persone.
La rosa e la luna
Una rosa appena sbocciata
Era notte
e disse alla luna
Perché sei lassù?
Perché devo fare luce alla gente
La rosa si addormentò pensando alla luna
E la luna al profumo di rosa
Titta
8 anni